Metamorfosi della cibernetica
Le videosculture di Budano denunciano: la posta in gioco è l'uomo
Libertà Febbraio 2001
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Di PAOLO MARINO
La stanza della croce, la stanza dei reperti e la stanza dei codici accolgonobrandelli di organi interni, che si possono immaginare come la collezione diun tassonomista di ere a venire. Lino Budano, artista piacentino le cui opereesplorano i territori di confine tra materia vivente e sintetica, ha recentementecreato una sorta di museo archeologico del futuro alla galleria Jelmoni Studio,dove ha esposto sculture e videosculture, per una mostra personale intitolata «Codici».
Budano, che ha iniziato il suo percorso artistico con la pittura, sotto l'influenzapotente - come lui stesso spiega - dell'opera di Francis Bacon, ha trovato unacifra personale in strutture scultoree iper-organiche e in viscere mutanti espostealla luce del sole, costruite con tubi di plastica, stoffa e gesso. La maniaclassificatrice che pervade le opere di Budano, e l'idea stessa di trasformarela galleria d'arte in una sorta di gabinetto anatomico, sembrano andare nelladirezione di un superamento del primato della coscienza, in favore di un orizzontecomune più ampio, quello della sfera biologica e della vita organica. «Sitratta di un percorso - commenta l'artista piacentino - che ha tra i propri motiviispiratori la cinematografia del regista inglese Peter Greenaway, che - in filmcome «Giochi nell'acqua», «Lo zoo di venere», «Ilventre dell'architetto - concentra l'occhio della macchina da presa sulla visionedel corpo umano e sulle sue alterazioni (il nudo, il cadavere, la decomposizione),e utilizza il metodo della catalogazione come motore narrativo dei suoi film».Titoli come «Angius», «Archivio di organi», «Comunicazioniorganiche», oppure il reperto istologico di un tumore come motivo ispiratoredi una delle opere esposte, testimoniano di un discorso, e di un'ossessione,che ha il proprio fuoco nelle profondità del corpo, luogo eloquente cheprecede la parola. E non è, forse, un caso che Budano sia un medico. Questieccessi organici vanno però, ormai sempre più spesso, ad innestarsicon un elemento immateriale fatto di immagini e di suoni. È il caso di «Codici»,che ha dato il titolo alla recente mostra piacentina, e di «Croce imprinting»,nei quali le sculture diventano lo schermo, il supporto, dove si trovano a danzareanimazioni computerizzate, accompagnate da musiche sintetiche, elaborate sempreda Budano. Dall'iper-organico si passa così al post-organico, dove lapesantezza degli agglomerati viscerali viene sublimata in una visione quasi mistica,nella contemplazione di un mondo subatomico, fatto di regressive armonie. «Ilnostro corpo si trasforma, ciò che avviene in noi è fuori dal nostrocontrollo, l'angoscia urge in una espressione a cui non sappiamo dare forma»,dice Budano, enunciando il quantum esistenziale presente nel proprio lavoro,e sottolineando che la posta in gioco di questa contaminazione di naturale esintetico è «l'uomo». A commento di questo percorso artistico- che pone il problema dell'identità umana in una società dovedomina la dimensione artificiale della cibernetica - appare illuminante la riflessioneche il filosofo francese Michel Foucault faceva nel '66 in «Le parole ele cose»: «Stranamente l'uomo - la conoscenza del quale passa perocchi ingenui come la più antica indagine da Socrate in poi - non è probabilmentealtro che una certa lacerazione dell'ordine delle cose, una configurazione, comunque,tracciata dalla disposizione nuova che egli ha recentemente assunto nel sapere».E aggiungeva: «Conforta, tuttavia, e tranquillizza profondamente, pensareche l'uomo non è che un'invenzione recente, una figura che non ha nemmenodue secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appenaquesto avrà trovato una nuova forma». L'elemento angoscioso dell'operadi Budano sembra ora aver trovato una possibilità di riconciliazione attraversol'utilizzo positivo delle nuove tecnologie, secondo una direzione in qualchemodo assimilabile a quella dell'antiumanesimo strutturalista di Foucault. Ilproduttivo rapporto con la tecnologia di Lino Budano è testimoniato ancheda un sito internet, visitando il quale è possibile vedere diversi esempidella sua recente produzione. E' del resto anche grazie alla sua presenza sulweb che l'artista piacentino è stato conosciuto e apprezzato all'estero.

Webmaster and art writer Stefano Torre 2001
Isaac Asimov imagined the art future made of "scupltures of light",realised by magnificent robots, that followed strict mathematical rules. The scupltures were grandiose, involving, impalpable, but also cold, not artistic, because they were not able to have that emozionalism that only a sensible soul men can give to a work of art. Only when something of imponderable occurred, the robot's construction defect turned into madness, and then, the unimaginable happened, and the "sculptueres of light" were not cold representation of mathematical equations anymore, but they became emotional art work, evoking human, deep, intime and intense feelings.But perhaps, Future has begun, and perhaps the mad robot is Lino Budano. Being in front of his "sculptures of light", especially in all of a sudden, gives emotions and it leaves surprised, astonished, dazed for the intensity leaking from the luminiscence of his work. Unfortunately, because of the characteristics of the instruments (pc), we can not represent the beautifulness of Piacenza artist's works in a complete way. Hier, we pubblishe only some photos of the ground used by Budano as backgrouns in his work projections. These pictures are enough to give an idea of how the artist can efficatiously represent the contemporary man's unease. Today Man are trapped between the devil and the deep blue sea,between past and future, between the desire of overpassing the limits of the Known and the need of watching back, in search of elements onto which build his own art, his own ethics and his own experiment skill.

OMBRE ROSSE Massimo Marchini 2000
“cicciona mamma di Afrodite m’inchino a te…& con l’eternità pazziadi sesso alla mia ombra vegetale-io, mi asciugo le mani sul collo del cavallo(…) il buco al neon vibra & acme da deludenti liriche di strada materassofuorilegge mentre tocca goffamente visita trofei (…)”
Bob Dylan, Tarantola

I wake up and I see the face of the devil and I ask him, “What time is it?”
And he says, “How much time do you want?”
Diamanda Galás, Vena Cava

Che di gioco di ombre si trattasse, più che materia — ingannevolmente — ce ne eravamo già accorti, cedendo alle lusinghe dei sensi, facemmo finta di stare alla burla.
Ora Budano sfoglia la margherita della propria materia, proiettando sui suoi revenant arabeschi booleiani, sequenze di zeroeuno : m’ama o non m’ama piagnucola la tecnologia, un po’ intimorita dal rispetto dovuto all’organico resto, che ha appena finito di palpitare la sua diversità.
Endoscopie, psicoscopie — appunto — l’opera mutante stessa, beffarda, ha strappato il microfono al grasso presentatore del Freak Show che biascica col sassolino lacaniano in bocca, per raccontarsi da sé, mostrare con rossa compiacenza i propri organi pulsanti, le proprie cicatrici: su piani differenti l’opera proiettata ruba l’attenzione dello spettatore del perverso peep-show alla scultura materica. Guarda me, guarda me, piange come sirena deforme l’una mentre cambia forma, e gli zeri digitali paiono i tanti occhi di Argo che vigilano spioni le nostre metamorfosi: bisogna stare attenti!
Eccitato e fuoricampo, Lucignolo furbetto pare timido a raccontarsi, sebbene il senso travalichi abbondante il suo significante materico. Meta-artisticamente, lingua delle lingue, il video di computer art sussurra all’orecchio della scultura di come girarsi su quel frivolo fianco per meglio essere avvolta dal benevolo seme della luce. Offre poi confidente alla luce l’intimità della o-scena sutura perché essa possa rifrangervisi, fecondandola.
Come la canzone di Ariel nella Tempesta, la didattica delle videosculture ci rivela come quello che sembra corallo siano in vero le ossa di nostro padre sepolto da anni nel mare.
Didattiche riminiscenze Sufi e mesopotamiche, bisbigli e basse frequenze nella musica che accompagna il lato visuale della performance, pentatoniche a ricordarci le nostre origini, lasciando il ginnasio delle tre dimensioni verso obliqui piani non euclidei di geometrie vertiginose multidimensionali. In continua metamorfosi, la scultura pare cambiare forma avviluppata da cortecce di luce che ne fanno continuamente alberi nuovi, ogni volta differenti.
Facciamo dunque spazio e diamo il benvenuto all’affascinante Nera Regina Cattiva: ti abbiamo scoperto!

EVENTI / La «Contemporanea» allestita nell’ex Ticosa di Como
Venti giovani ARTISTI e un vuoto da riempire di Giuliano Collina Senza modestia né falsa, né genuina,ma solo nella since-ra convinzione che
un sano realismo sia sem-pre più produttivo di qualsiasi speranzosa fantasticheria,sono consape-vole che questa rubrichetta non abbia certamenteun numero cospicuo di lettori. Non voglio quantificarli,ma certamente sono po-chini:qualche decina? Magari anche meno?
E di questi, quanti arriva-no in fondo alle trenta ri-ghette?Quanti si stufano subito e soprattutto quanti ricordano almeno il succo di quanto è stato scritto? Sono anch’io un lettore e so benissimo quale distra-zione accompagni la nostrarituale occhiata ai quotidiani.
Solitamente, almeno per me, è difficile trasformare in parole quello che pen-so,così quello che volevodire non è quello che ho scritto e quello che ho scritto, quando viene let-to, può essere a sua volta ulteriormente travisato.Se poi, come è successo lascorsa settimana, ci si mette anche la redazione o meglio i maligni folletti, anzi i demoni più forsen-nati che la abitano (sempre) lì pronti a metterci non solo la coda, ma le unghie, le corna, la bava,
le zanne, gli zoccoli), allora…: è la Torre di Babe-le. Quanti sono quelli che
hanno notato che per duevolte di seguito in questa rubrica è stato pubblicato
lo stesso articolo? Per due martedì è uscito lo stesso pezzo, solo il ti-tolo
era cambiato, ma, si sa, i titolisti non hanno il dovere della memoria, lo-ro
devono solo sforzarsi,nell’encomiabile desiderio di essere più accatti-vanti
degli autori, di tra-visare il più possibile quanto sta scritto sotto. FINO AL 30 APRILE Lungo le pareti ma anchenegli spazi centrali del vasto padiglione che riporta alle architetture dell’archeologia industriale, gli autorihanno allestito le proprie creazioni che dimostranogrande ricchezza di linguaggie messaggiSi va dall’espressione figurativa, alla fotografia, dalla scultura alla video-installazione CONTEMPORANEA Alcuni aspetti della mostra «Sotto vuoto - La memoria dismessa» aperta all’ex Ticosa di Como. La rassegna è stata inaugurata ieri alla Galleria Taroni MOSTRE
Vuoto. Vuoto da vive-re, da trasformare, dariempire di segni, significati
e perché no, perso-ne, per vincere l’apparente indifferenza e la perdita del-la
memoria collettiva. Venti giovani artisti ci provano e trasformano un ca-pannone di un’area indu-striale abbandonata, retaggio di creatività del passato, n un padiglione d’arte con-temporanea. E’ nata così,con un’idea non nuova certo, ma ugualmente interessante, soprattutto per Como,Sottovuoto. La memoria di-smessa,l’esposizione collettivadi opere eterogenee per materiali ed ispirazioni, inaugurata sabato scorso nell’Area A-Shed Ticosa diComo. Il grande successo di pubblico, la cui presenza ha
toccato punte di mille visi-tatori nel solo pomeriggio inaugurale, ha dimostrato labontà dell’iniziativa che avvicina anche fruitori non esperti al linguaggio espres-sivo,a volte violento, a vol-te ironico, poetico o provo-catoriodelle nuove genera-zionidell’arte. A rendere ancora più importante la manifestazione è la fortepresenza dell’istituzionepubblica. A organizzare (in
collaborazione con Arteblue Visarte e l’associazionedegli artisti del Canton Ti-cino)ma anche finanziareSottovuoto è, infatti, l’assessorato alla Cultura della Città di Como. L’assessoreSergio Gaddi, giustamente orgoglioso, ha rimarcato, durante la cerimonia di presentazione,che l’idea era stata del suo predecessore Paolo De Santis. In ogni caso,come ha specificato ancoraGaddi, non si tratta di un’iniziativa estemporaneama, almeno nei progetti attuali, si prevede una cadenza annuale per fare della rassegna Contemporanea giovani un appuntamento di rilievo nazionale, che pri-vilegi la qualità. Ma passiamo ad analizzare i contenuti artistici del percorso espo-sitivo. Come detto, gli artisti che hanno esposto in mostra le proprie opere sonouna ventina. Si tratta di giovani che vivono e operano nel nostro territorio tra le province di Como, Varese,Milano, Pavia, sconfinando poi anche in territorio sviz-zero.Ecco i loro nomi: Al Fadhil, Roberto Belcaro,Antonella Bersani, FilippoBorella, Mario Bottinelli Montandon, Marco Brenna,Alfredo Cannata, Enrico Cazzaniga, Pino Ceriotti, Marco Grassi, Kadhum, SilviaManazza & Lino Budano, Lukas Meyer & GiovannaSalvioni, Stefania Molteni, Fabrizio Musa, Alessandro Papetti, Alessandro Rabolini, Enzo Santambrogio, Walter Trecchi. Ospiti sono inoltre Sergio Piccaluga e Enzo Pifferi. Il coordina-mentoè stato affidato a Fabrizio Musa e a Onia D’An-tuono,mentre il catalogo,anch’esso finanziato dal comune,è curato da RobertoBorghi e Carlo Ghielmetti.Lungo le pareti ma anchenegli spazi centrali del vasto padiglione che riporta alle architetture dell’archeologia industriale, gli artisti hanno allestito le proprie creazioni che dimostrano grande ricchezza di linguaggi e messaggi. Si va dall’espressione figurativa, alla fotografia, dalla scultura alla video installazione. Le opere riempiono lo spazio,vi creano percorsi liberi ma dotati di significato e restituiscono ad un luogo che fu adibito alla creatività, sia pure seriale, un ruolo altrettanto creativo e forse ancoradi più. Il vuoto dunque, la fabbrica non diventun “non luogo” che evochisignificati metafisici, ma un mondo da esplorare e riva-lutare. Tra i giovani artisti che tendono a riempire di senso il ruolo preposto alla esposizione, ecco Alfredo Cannata che propone isuoi Soggetti pericolosi uti-izzando la tecnica dell’oliosu tela. All’analoga scelta del tema figurativo approdanoanche i Visi olio su tovaglia di Pino Ceriotti, mentrei corpi raggrumati di Marco Grassi esprimono forza e solitudine insieme.La memoria è il filo che lega molte di queste opere, comel’angosciante salotto in rosa rappresentato da Anto-nella Bersani con La casa della Signorina B. Realizzata
con corpi, pannolenci, fil di ferro, l’opera sembra recuperare il mondo del passato ma con risvolti grotte-schied inquietanti. Di grande interesse e suggestione è poi Memoria scultura in ferro,paraffina e acqua di SilviaManazza, cui si affianca la videoinstallazione di Lino Budano. All’oggi e alle sue angosce che resteranno nella storia sono dedicatemolte opere. E’ il caso diGround Zero in cui Filippo Borella realizza una bandiera americana deposta su un bancale e costituita da un cuscino ricoperto di colori. Kadhum poi propone Pax, come un invito a lasciare la guerra e le incognite della vita. A proposito del valore del “luogo”, inteso comespazio puramente architet-tonico, sono da citare le opere di Enzo Pifferi, autore di una sequenza di immagini della Ticosa ironicamente intitolata Chiuso per fe-rie,.Uscendo dall’edificio,anche lo spazio vuoto, il territorio diventano fonte d’ispirazione, come nel caso di Landscape di Al Fadhil. Sottovuoto non è però sol-tanto un’esposizione di arte visiva. Fedeli alla pluralità degli stimoli e delle sugge-stioni, gli organizzatori han-no pensato anche a momenti musicali e teatrali. Dopo iconcerti del violinista Lorenzo Gorli e di Francesco Mantero, proposti rispetti-vamente sabato e domenica, si attendono ora il concerto dei Vulcanica, il 25 aprile alle 21, l’Happening dal gruppo Casa dei pittori, il giorno successivo alla stessa ora e le improvvisazioni di I/O domenica 27 alle21.C

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